Torni a casa
e non puoi fare altro di mettere su "carta" quello che hai vissuto dentro di te...
Lo squallido palazzetto era nel bel mezzo di una grave indigestione di essere umani, dai quali si esalavano vapori tabaccosi misti ad ogni sorta di additivi atmosferici di origine fisiologica. Il pubblico era diviso in ultracinquantenni nostalgici, comodamente seduti negli spalti a gustarsi pop corn ed odor di gioventù, e giovani segaioli ammassati a terra all’inverosimile su tutto il perimetro del campo, di fronte al palchetto.
Spalmati sul pavimento in un metro quadrato ogni 25 persone, producevano una pressione umana tale che, ogni tanto, dagli spalti, qualche signorotto che avesse conservato ancora almeno cinque decimi in un occhio, poteva scorgere una gamba o un braccio che, con uno “scrash”fumettistico, abbandonava il legittimo proprietario per fiondarsi in aria, rimanere qualche millisecondo in aria, spruzzando di rosso denso la folla in delirio (che nel frattempo aveva intonato uno di quei “ohhh”carichi di suspense che si usano negli stadi prima di un rigore) e poi piombare nelle avide mani di un fortunato,che probabilmente l’avrebbe conservata per il resto della vita.
In quel concerto, sembrava che ognuno fremesse per esprimere le proprie ideologie;si videro infatti molte bandiere rosse, baschi e magliette con il viso di una pop-star stampato.
Chissà perché, mi chiedevo … è un concerto del Guccio, non un congresso del Pc!
Tuttavia l’atmosfera di pacifica masturbazione ideologica venne profondamente turbata da un gruppetto (probabilmente agitatori o spie assoldate da Fini) che durante l’attesa srotolarono una grossa bandiera con scritto “Alleanza Nazionale”.
Fu il caos, o quanto di più vicino si possa immaginare all’apocalisse; ma grazie alle forse dell’ordine, il disordine fu sedato e condannati a morte i rivoltosi con un processo sommario presieduto da un gelataio di sinistra, tornò una pacifica ed etilica calma.
Allora, su di un palchetto grigio, arrivò un grigio sessantenne - squallida camicia a quadretti su un enorme corpo rigonfio dall’alcol - e dopo qualche simpatica battutina ed un’ottima perfomance introduttiva da istrione, che non mi va di trascrivere, cominciò a cantare e mentre il cantante intonava le proprie canzoni, dietro di me, un giovinotto entusiasta, cercando di seguirlo, grugniva mezze parole, tentando di conferire alla propria voce qualcosa che potesse vagamente ricordare un’ intonazione; poi, mentre il chitarrista eseguiva l’assolo, si cimentava a riprodurre il suono della chitarra tamburellandosi la laringe: “tàtàninilalalà”.
Infine, concludeva l’esibizione personale, fine a se stesso, ruggendo un fragoroso “yeahhh”.In tutto ciò,dubito che ne capisse il senso.
Poi, arrivò il momento di Dio è morto: “Ma penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,ad un futuro che ha già in mano”.
Forse, forse quando scrisse queste parole, quarant’anni fa, ci credeva; e come lui, ci credeva la gente che andava ad ascoltarlo nei primi concerti. Allora, erano potenti e pregne di una splendida utopia,di un sogno di cambiamento,di movimento; erano gli anni in cui si credeva che l’arte potesse svincolarsi dalla storia,e precederla:profetizzare ed innescare la bomba della rivoluzione, del cambiamento …
ma, se quarant’anni dopo, quell’attempato e disilluso sognatore stornella quei versetti nel freddo ferro di un palasport significa che, o quelli della sua generazione hanno sbagliato tutto, o quel cantautore ha deciso di prostituire se stesso e le proprie idee.
Più probabilmente, tutte e due.
Eppure, dopo tutti questi anni, noi giovani (o voi giovani!) continuate a cantare ed emozionarvi; e mi dite “questi testi sono ancora attuali”; ma, chi li scrisse quarant’anni fa si prefiggeva di cambiare l’allora stato attuale delle cose, e se oggi sono attuali, significa che non è cambiato un cazzo.
Forse in tutto il palazzetto, mentre suonavano le note di Dio è Morto, gli unici a non credere più a quelle parole eravamo io e il Guccio.
Per il resto,seghe.
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